GRAN CANARIA, SPAGNA
La pioggia colpisce con insistenza la superficie dell’oceano creando un effetto bombardamento in cinemascope. Il mare fa da schermo, la coperta del ‘Meteor’ da platea, madre natura si prende cura della proiezione. Cinque settimane dopo l’inizio della mia primissima esperienza come uomo di mare, il ‘Meteor’ continua ormeggiato al riparo di venti e tormente nel molo Santa Catalina del porto di Las Palmas de Gran Canaria. Dopo oltre due mesi di puro vagabondaggio, cinque settimane consecutive dormendo sotto lo stesso tetto appaiono tanto lunghe quanto un’intera era geologica. Parliamo di un periodo abbastanza esteso da permettere l’apparizione delle prime, inevitabili routines.

Ufficialmente, il mio ruolo a bordo è quello di interprete inglese/spagnolo e viceversa fra la famiglia Melville, proprietaria dell’imbarcazione (un aliscafo di 35 metri di costruzione Ucraina) e Salvador ‘Salva’, il motorista Cileno assunto poche settimane prima del mio arrivo per preparare il ‘Meteor’ alla traversata atlantica con destinazione finale la costa occidentale del Messico. In realtà faccio un po’ di tutto, da cucinare a pittare a preoccuparmi dei rifornimenti di carburante. Anche così, mi resta a disposizione la maggior parte della giornata per leggere in coperta (nella fattispecie, su una delle ali dell’aliscafo), visitare l’interno degli affascinanti velieri d’epoca che spesso attraccano nel nostro stesso molo, o bighellonare per la città.


Quei giorni effettivamente dedicati a lavorare nella sala macchine sono per me i peggiori. Da un lato non ho mai nutrito interesse alcuno per motori e affini, dall’altro si tratta di lavorare in un ambiente angusto, buio e scomodo, lontano secoli dalla preziosa luce solare e in continuo contatto, invece, con quel misto di acqua di mare, olio e diesel onnipresente nella sentina. Cacciaviti, chiavi inglesi e valvole non sono il mio forte, conseguentemente il mio vocabolario in tale campo non è granché esteso, in inglese come in spagnolo cosi come nella mia propria lingua madre. Spesso, Salva e Pat (il boss) si intendono prim’ancora che io, neofita, capisca ciò che dovrei in effetti tradurre.


Vi sono però, nella quotidianità delle mie giornate da interprete, altre situazioni, ben più interessanti di quella appena citata. Una è la ricerca di pezzi di ricambio di seconda mano. V’è all’interno del porto, in una zona piuttosto remota e ben al riparo degli sguardi della gente ‘perbene’, il molo delle carrette del mare. Pescherecci e altre imbarcazioni di considerevoli dimensioni, solitamente di nazionalità Russa o Cinese, abbandonate a un destino di ruggine e oblio dall’intersezione (il)legale fra armatori di pochi scrupoli e leggi groviera. Dozzine di navi in attesa d’essere mandate al macero dal giudice o in fondo al mare dalla mafia. La cosa più shockante è che tali vascelli sono abitati non solo da ratti, ma anche dai propri sfortunati membri di quello che fu l’equipaggio dell’ultimo viaggio. Nell’impossibilità economica di tornarsene al proprio Paese, privi di un permesso per lavorare legalmente in Europa e nella sempre vana speranza che papà armatore torni a soccorrerli, centinaia di marinai sopravvivono vendendo illegalmente parti delle navi stesse ad acquirenti disposti a chiudere un occhio su certe normative ecologiche/fiscali/di sicurezza. Come il mio datore di lavoro, appunto.

Come sempre succede, la necessità aguzza l’ingegno e questi uomini dimenticati dal mondo sanno che la loro stessa sopravvivenza dipende da quanto compatti riescano a tenere i propri ranghi. In questi negozi fantasma è sufficiente far correre la voce di ciò di cui si ha bisogno e con un solo click, proprio come su Amazon o E-Bay, la merce verrà consegnata a domicilio. Unica differenza: qui bisogna pagare in contanti.


In ognuna delle mie escursioni di ‘caccia’ sono stato accompagnato da Salva, uomo di mare come loro. Deve esistere un qualche legame di sangue fra i marinai del mondo che li rende diversi da noi uomini di ‘terra’ e fratelli fra loro. Sono sicuro che senza Salva, né io né Pat saremmo mai stati ammessi a bordo di una delle loro carrette, né avremmo mai saputo dell’esistenza di tale mercato nero. Le condizioni di vita a bordo sono caratterizzate da alloggio compartito con topi grossi come gatti e scarafaggi di dimensioni altrettanto preistoriche, quattro stracci stesi ad asciugare al sole sul ponte a mo’ di bandiera bianca dopo una battaglia perduta e un senza fine di tetra-pack di vino da quattro soldi tirati qua e là. Ma in tale desolante panorama, è la presenza di Televisione e DVD, beffa sul danno, a colpire la mia attenzione. Sembrano esser lì a voler dire: ” Se abbiamo una TV non stiamo poi così male…”.


Altre situazioni interessanti da tradurre sono le arroventate discussioni fra il boss e Salva. Il primo ha l’aspetto di Braccio di Ferro ma per il resto è un uomo d’affari Americano che ha investito varie centinaia di miglia di dollari in questo rischioso progetto e ha come unico obiettivo trarre un sostanzioso, netto profitto dall’operazione. È per altro lavoratore instancabile e meticoloso. Salva offre invece l’aspetto pacioso del grasso signore di mezz’età che ha appena inghiottito un cocomero intero, ma nel fondo è un vero marinaio. Se il vostro stereotipo di marinaio equivale al mio, avete già un’idea di quel che è il mio buon amico Salva: un amante di alcol, mare, porti, prostitute e risse. Gli scontri fra i due sono continui, cane e gatto, amplificati dalla frustrazione di non possedere un idioma comune a traverso cui potersi scannare liberamente.

Le risse verbali fra i due, dovendo esser tradotte da me, finiscono col diventare scene surreali. Esistono due tipologie di discussione: a)l’uno abbaiando nella propria lingua direttamente al muso dell’altro e questi girarsi verso di me chiedendo di tradurre; b)il primo dire a me con tanto di indice alzato e fare aggressivo ciò che io dovrei tradurre all’altro. Nel primo caso, le discussioni più accese, sono solito limare asperità e usare giri di parole laddove v’erano insulti. Nel secondo, non sono ancora riuscito a stabilire se anch’io dovrei alzare indice e tono di voce per rendere la traduzione maggiormente fedele all’originale.


Natacha, un’amica Russa che mi sta aiutando (eufemismo: fa tutto lei) con la traduzione di alcuni documenti della nave, lavora negli uffici di una compagnia di armatori Lituani qui a Las Palmas, vivendo conseguentemente in continuo contatto con marinai di ritorno da mesi di lavoro in alto mare. Nelle sue parole si riassume il carattere di questa gente, tanto solitaria quanto solidale: “Rientrano in porto dopo due mesi in mare, vengono in ufficio e ricevono un congruo assegno, a volte 5 o 6mila dollari includendo i vari plus per la pesca, stanno qui solo una settimana, a volte un solo fine settimana e -non ci crederai- molti d’essi riescono in quei pochi giorni a bruciare quasi tutto quel che avevano guadagnato sgobbando come muli nei mesi in mare. Alcuni tornano in ufficio pochi giorni dopo con la solita storia d’esser stati derubati e chiedono un anticipo sul prossimo stipendio per poter comprare un biglietto aereo per tornare a casa!”.

In effetti, dopo aver conosciuto Salva, storie del genere mi risultano assolutamente plausibili. Nelle cinque settimane dacché lo conosco, è mancato al lavoro due volte perché reduce da sbronze colossali, è caduto in una botola della stiva (da lui lasciata incurantemente aperta) lussandosi una spalla, è guarito a tempo di record dalla lussazione, ha litigato un’infinità di volte col capo, è stato arrestato per comportamento violento e infine, una volta rilasciato dalla polizia, è stato cacciato di casa (perché aveva anche moglie e casa qui a Las Palmas) dalla moglie finendo per trasferirsi definitivamente sul ‘Meteor’. Tutto questo, lo ripeto, è avvenuto nel breve volgere di 35 giorni!


Ascoltandone gli aneddoti di 20 di vita di mare e vedendolo in azione non posso non pensare a una frase di Jack London: “L’autentico obiettivo dell’uomo è vivere, non esistere. Non sprecherò i miei giorni cercando di prolungarli. Utilizzerò il mio tempo”. Salva, paradigma di tutti i marinai, utilizza il suo tempo. Forse a volte lo utilizza male ma sicuramente non si limita a respirare in funzione di un ipotetico futuro.



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