Marcoelitaliano
28/05: Una Confederazione di Contrabbandieri
CAPO VERDE
Idiosincrasie d'origine ignota congiurano contro il possibile binomio calcio-cultura. Sembra quasi che nella cosmogonia del moderno viaggiatore occidentale il mondo sia diviso in due gruppi separati da porte a tenuta stagna. Al di qua di questa immaginaria partizione trovano posto quegli amanti di calcio senza cervello che mangiano carne, bevono birra e ascoltano Eros Ramazzotti. Incapaci di pensare a qualsiasi cosa più profonda di un calcio d'angolo, si contrappongono al viaggiatore liberale che porta la kefiah, ascolta solo musica etnica, mangia tofu e non ha mai fatto il chierichetto. E men che meno si interessa di calcio, feticcio borghese per eccellenza.
Io, per inclinazione andrei con i secondi, ma in prossimità di grandi eventi calcistici mi trasformo in uno dei tanti schiavi della TV che passa le giornate preoccupandosi solo d'essere in presenza di segnale televisivo. Non un grande problema se sono a casa, ma tutte quelle volte che una coppa del mondo mi ha trovato in giro, ho sempre incontrato problemi a trasmettere agli occasionali compagni di viaggio tale entusiasmo. E guardare una partita da solo è quasi peggio che non guardarla affatto.
Neanche questo viaggio a Capo Verde sembrava voler fare eccezione alla norma. Avevo conosciuto Carlo, un Torinese intenzionato a stabilirsi qui a Santiago e che mi aveva convinto a viaggiare fino a Tarrafal. E non sembrava troppo orientato verso la religione del pallone. Ero andato preparandolo per la finale di Champions League eppure, giunti al mercoledì in questione, era misteriosamente scomparso. Fortunatamente, nei Paesi poveri il calcio è ancora patrimonio di tutti e il buon Gil, emigrante Senegalese, mi invitava a vedere la partita con i suoi amici: una stanza annerita da fumo e incuria, un materasso per terra, un piccolo schermo ma tanta gente a riempire il monolocale del suo amico.
Fossi stato fra occidentali, la partita sarebbe stata accompagnata da birra e patatine. Qui invece era il tè senegalese ad allietare la riunione. Se non l'avete mai provato e un bel giorno qualcuno volesse offrirvene, fingete un malore, uno svenimento, ma non accettate. Contrariamente a quanto accade col tè classico, qui le foglie vengono fatte bollire a lungo in pochissima acqua, quindi il contenuto della teiera viene distillato in un apposito alambicco e quindi riversato nella teiera cui viene aggiunta altra acqua. Infine, quando ormai l'acqua è quasi del tutto evaporata, un bicchierino colmo di zucchero viene aggiunto all'infusione. Il risultato finale è un liquido spesso e scuro caratterizzato da un sapore tanto forte da ricordare quello di una medicina per bambini cui è stato necessario aggiungere edulcorante in eccesso per renderla vagamente appetibile. Al gol del Liverpool (dove tutti i presenti all'infuori di me hanno democraticamente esultato nella stessa misura in cui avevano precedentemente celebrato i due del Milan) il timore dei tempi supplementari e della conseguente extra tazza di tè era di gran lunga maggiore che non quello della sconfitta.
Capo Verde si era presentata come una tappa fuori programma del mio viaggio in Africa. Il mio volo Gran Canaria-Dakar era stato cancellato senza avviso e io ero m'ero trovato nella situazione di dover cercarne uno alternativo. Capo Verde era di cammino. Praia, la capitale, è città priva di carattere. È costruita su varie colline (stile Roma) e non sembra possedere né il fascino delle capitali europee né il caos insondabile di quelle terzomondiste. D'altra parte, è forse l'unica capitale al mondo ad avere la fortuna di non conoscere ingorghi né semafori. Abbiamo preso alloggio in una pensione per espatriati e non posso fare a meno di far menzione del ruolo che questi ricoprono nella società contemporanea Africana.
L'uomo bianco in Africa è un alieno. Corpi estranei erano missionari ed esploratori del secolo XV, corpi altrettanto estranei sono gli avventurieri di oggi, qualunque sia la ragione d'essere della loro presenza quaggiù. Quelle linee ben marcate fra bene e male, legale ed illegale cui siamo soliti usare come bilancino in Occidente, sfumano in Africa in una sorta di monocromo grisaceo cui tali espatriati non esitano a far proprio. I bianchi residenti nel continente africano appartengono a categorie (morali e sociali) tanto diverse fra se che mai entrerebbero in contatto né in Europa né nell'oltretomba. Qui invece si fondono unite da un certo tipo di pigmentazione della pelle, ma ancor più (un nero Americano sarebbe il benvenuto nel club) dalla consapevolezza che in mancanza di miglior destriero, cavalcare un asino è pur sempre meglio che andare a piedi.
E così anche un nullatenente vagabondo come me finisce per ritrovarsi al Tropical o in una festa privata in casa di diplomatici, in compagnia di persone che, fossimo in Europa, disprezzerei per quello che (non) sono e da cui verrei ignorato per quello che (non) ho. Tutti, buoni e cattivi, cowboys e pellerossa (per dirlo di una maniera), sono qui per contrabbandare qualcosa: droga, denaro, minerali, auto o semplicemente idee. Vivono in un lusso fuori luogo, si disprezzano a vicenda e compatiscono i locali. Alcuni cercano di coniugare utile e dilettevole, e così puoi incontrare un Portoghese d'aspetto baudeleriano, ufficialmente a Capo Verde col nobile obiettivo di valorizzare l'arte locale a beneficio dei propri Capoverdiani, che non esita però a proporti l'apertura di un bordello da gestire in società con lui. "Perché", mi ha spiegato, "qui non siamo in Europa e se un giovane bianco vuol vivere bene deve guardarsi intorno e saper cogliere l'occasione".
E non bisogna pensare che quei Capoverdiani ammessi nel club siano migliori dei bianchi. Anzi, sembra quasi che l'essersi arricchiti, l'essere entrati a far parte di una casta superiore, ne eliminino identità e radici con la stessa facilità con cui la marea cancella un messaggio d'amore scritto sulla sabbia. Non capiscono che il passaggio dalla serie B alla serie A2 era possibile perché basato sul censo, mentre la promozione finale in A1 mai gli verrà concessa. Tagliano i solidi ponti che li legavano alla propria gente in cambio di briciole di finta amicizia forestiera.
C'è poi l'altra Capo Verde, quella rurale. Qui la gente ha pochissimo eppur sorride, i bimbi scalzi giocano fra cani e maiali e un giro di grogue (un'acquavite ricavata dalla canna da zucchero) offerto al bar del villaggio ti apre le porte di cuori e case. Il turismo, contrariamente alle isole di Sal e Boavista, qui non è ancora arrivato e a nessuno viene quindi in mente di chiedere soldi o di imbrogliare uno straniero. I ragazzini in strada non hanno ancora perduto la naturale innocenza e ti avvicinano mossi solo da curiosità. Uno, ad esempio, dopo avergli risposto che mai prima d’allora avevo visto l’unico altro bianco presente in quel dato momento, mi ha chiesto come ciò fosse possible avendo lo stesso colore di pelle. Dignità e rispetto non sono state ancora soppiantate dal virus del denaro e dalle antenne paraboliche. Ma è vicino il giorno in cui un bianco... buoni sentimenti... costruiamo un ospedale... poi un supermercato... benvenuti nella confederazione!
La versione inglese di questo blog la trovi sul sito Travelblog.org
Link: http://www.travelblog.org/Africa/Cape-Verde/Santiago/blog-162410.html
Categoria: General
Scritto da: marcodaprile








carlitos ha scritto:
strano rivedersi in foto giocando a calcetto in quello sperduto villaggio di pescatori ...
Avro sempre un bel ricordo di quel posto e della sua gente.
Grande Marco! Al prossimo viaggio (transiberiana e repubbliche centrasiatiche
CARLO