DAKAR, SENEGAL
Uscire dal Leopold Senghor di Dakar in pieno pomeriggio è come tuffarsi in una marmitta nella quale si stia preparando stufato di piranha: se sopravvivi all’alta temperatura, ti mangiano vivo i tassisti/piranha! Fossi stato solo -un bianco con aria perduta- avrei potuto capire il furibondo assalto da parte dei famelici tassisti, ma che ciò potesse avvenire anche in compagnia di un locale andava oltre i miei più oscuri timori. Hamsa, conosciuto nel breve volo Praia-Dakar, negoziava in idioma wolof con la folla di tassisti mentre con un occhio controllava il bagaglio e con un braccio proteggeva me dai più audaci degli assaltanti. Una scena di impareggiabile furore mercantile alla quale non vedevo l’ora di sottrarmi.

Forse a voler compensare la poco edificante immagine del Paese data da un tale comitato di benvenuto, Hamsa mi aveva invitato a casa sua nella periferia della capitale, zona residenziale abitata dalla borghesia Dakariana. La casa di Hamsa, come del resto la maggior parte di quelle vicine, si sviluppa su quello che sono arrivato a considerare come un piano più un mozzicone. Non si tratta cioè di case a due piani nel senso che noi potremmo dare all’espressione, ma neanche abitazioni di una sola pianta. È un po’ difficile da spiegare, è come se le case, anziché venir progettate e poi costruite, crescessero -poco- con l’incedere dell’età come arbusti soggetti a un clima semidesertico. Gli immancabili cortili sono poi, più che giardini, depositi di materiale di scarto di varia natura semisommersi dalle sabbie stagionali nei quali stonano solo le auto di grossa cilindrata tedesche e giapponesi ivi parcheggiate.

Hamsa, prototipo del dinamico uomo d’affari fino alla soglia di casa, si trasforma in arcaico signore feudale non appena varcato quello stesso uscio. Il passaggio da giacca e cravatta indossate in aereo alla djellabah in casa riassumeva cambi d’attitudine meno evidenti ma più sostanziali. Dopo le abluzioni e le preghiere di rito, una delle sue mogli (ne ha tre, due delle quali vivono in questa casa) entra silenziosamente in sala da pranzo per servirci un pranzo a base di pollo arrosto e salsa d’arachidi. Hamsa non la degna di uno sguardo e le parla con la durezza del padrone. Lei si ritira con lo stesso sigillo con cui era entrata e io muoio dalla vergogna. Non ho fatto nulla eppure mi sento complice dell’oppressore. E questo era lo stesso uomo di vedute aperte conosciuto appena poche ore prima!


In sua compagnia ho comunque viaggiato a Touba, città sacra del Mouridismo, la versione Senegalese dell’Islam. Era un’occasione da non sciupare per visitare un luogo dove probabilmente non sarei mai andato solo. Regole simili (seppur più rilassate) a quelle de la Mecca vigono a Touba e la presenza di infedeli, seppur non espressamente proibita, non è certo incoraggiata. Il possesso di alcol e tabacco sono strettamente proibiti e ciò è causa di un fiorente mercato negro di sigarette sfuse alle porte della città. Vengono comprate a poco prezzo a quei pellegrini in entrata e rivendute agli stessi -a prezzo maggiorato- all’uscita. L’islam made in Senegal sembra essere comunque piuttosto eterodosso e la rigida iconoclastia musulmana non sembra qui osservarsi. Capita quindi, schiacciata fra una bancarella di maglie del Real Madrid contraffatte e una di manghi e banane, di trovare quella che vende santini di Amadou Bamba, il fondatore del Mouridismo.


Dopo aver goduto dell’esotismo di minibus e taxi-brusse Senegalesi, dopo aver mangiato e dormito nella tenda di uno degli innumerevoli parenti di Hamsa, dopo aver masticato le amarissime noci di cola col mio anfitrione e dopo avergli chiesto perché abbia bisogno di tre mogli (lui mi ha a sua volta chiesto perché io abbia bisogno di viaggiare senza meta) era tempo di addii. Tempo di andare a scoprire il Senegal con gli occhi del toubab (uomo bianco in lingua Wolof) solo.


Dakar, sfortunatamente, sembra non voler dar albergo a viaggiatori poveri come me. E così nel breve volgere di 24 ore mi vedevo costretto a passare dalla frescura di una tenda nel deserto al sudiciume appiccicoso di una lugubre stanza d’hotel/bordello della capitale. Dopo dure ricerche, mercanteggiamenti, minacce e preghiere, 20€ per notte è stata la stanza più economica trovata. Facciamo due calcoli: avendo il Senegal un reddito pro capite annuo di 1800$ ed essendo 20€ equivalenti a 27$, ne risulta che una notte nella più squallida topaia di Dakar richiede l’investimento del 1.5% degli introiti di un intero anno. Questo vorrebbe dire, riportando tale percentuale ai dati Italiani, che i prezzi delle stanze d’albergo di Roma o Milano dovrebbero partire da 600€ per notte. E non staremmo pagando tale somma per la supersuite presidenziale dell’Hilton ma bensì per una stanzaccia coi muri anneriti, la finestra sfondata, il bagno (orinali) compartiti coi clienti della meretrice della camera a lato e dove gli scarafaggi rimpiazzano le fragole e lo champagne come omaggio della casa.


Alloggio a parte, Dakar presenta tutti i problemi tipici di una metropoli Europea senza però offrire i servizi di cui queste dispongono. Il rumore è assordante e il calore umido non aiuta certo a sopportarlo meglio. Truffatori e scocciatori sono sempre in agguato e la possibilità d’essere rapinati non è mai da escludere. V’è però, a compensare tali patemi, il sorriso onnipresente sulle labbra della gente. E c’è poi l’isola di Gorée, una vera oasi dove poter andare a prendere un tè coi rastafari lontano dallo stress dakariano.


Abbandonato finalmente il triste Hotel Provençal, mi ero trasferito da Lieke e Vanessa, due studentesse di giornalismo temporaneamente residenti a Dakar conosciute nei giorni precedenti. La pensione Libanese presso cui avevano locato una stanza era strutturata in maniera a dir poco peculiare. Un edificio sviluppato su 4 piani, non tutti -occhio- appartenenti alla pensione stessa. La loro stanza era al quarto piano (un "superattico" molto simile a quello di Verdone nel film Troppo forte), mentre le altre camere, la cucina e l’unico bagno erano al secondo. La porta d’accesso al grosso della pensione era solitamente aperta, ciò che mi permetteva da un lato di andare in bagno in mutande e dall’altro di non dover giustificare la mia (abusiva) presenza nei locali.


Un giorno, uno dei troppi con lo stomaco in disordine qui in Africa, colto da improvviso ed inderogabile bisogno, mi precipito giù per le scale seminudo ma trovo la porta chiusa. Non ho tempo di tornar su per tornare a presentarmi in abbigliamento meno succinto, busso quindi con urgenza mentre assumo l’inequivocabile posizione a fico di colui che deve ma non può. Una ragazza apre la porta e mi guarda con fare interrogativo, senza pronunciar parola. Non l’ho mai vista prima. Le dico affrettatamente seppur con amabilità che sono l’inquilino del quarto piano e che ho bisogno di usare il bagno. La ragazza continua a guardarmi con aria diffidente e io maledico la mia scarsa padronanza della lingua francese. Non resisto più, la necessità mi sta spezzando. Decido di provare fortuna col linguaggio corporale. Le faccio segni inequivocabili mimando con la mano destra la caduta di un qualche oggetto dalla mia estremità posteriore mentre fletto le ginocchia imitando la posizione accovacciata. Non può non aver capito eppure continua a guardarmi esterrefatta. Esasperato, le faccio segno di scansarsi che è tutto OK e che so dov’è il bagno. E in effetti, forse mesmerizzata da tanta audacia, la ragazza si scosta e mi lascia il passo. Volo letteralmente in bagno e finalmente posso godere di due minuti di pura delizia. Rilassato, parzialmente recuperato, sempre seduto sul tanto ansimato trono, incomincio ad osservare piccoli ma chiarissimi dettagli che indicano che quello dove mi trovo NON È il bagno della pensione! Cazzo, nell’urgenza devo essermi sbadatamente fermato al terzo piano pensando che fosse il secondo, ecco perché non conoscevo la domestica. Mi sono ficcato quasi alla forza in una casa privata e gli ho pure cagato nel gabinetto! M’assale un imbarazzo terribile, arrossisco all’idea della domestica spiegando alla polizia che un toubab okkupa, sconosciuto e naturista le si è infilata in casa con l’inganno e sta ora scagazzando a piacere nel cesso. Poi però mi cade l’occhio sulla vasca da bagno, tanto più pulita di quella della pensione. Beh, in fin dei conti il numero di anni di carcere previsti dal codice penale senegalese per scagazzamento abusivo e per scagazzamento abusivo più doccia devono essere gli stessi. Dieci minuti dopo, digerito e pulito, mi avvio in punta di piedi verso l’uscita, la ragazza di prima è in cucina, ora accompagnata da tre amiche. Sorrido, faccio un timido cenno di saluto con la mano ed esco accompagnato dagli sguardi ammutoliti di quattro paia di occhi.

Morale della storia: mai aprire agli sconosciuti ma, soprattutto, mai avere un bagno più pulito di quello del vicino.



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