Marcoelitaliano
09/07: Spazi Vuoti
BISSAU, GUINEA-BISSAU
Visti su una mappa, Senegal e Gambia appaiono come il profilo di una bocca aperta dove il primo fa da mandibola e mascella mentre il secondo rappresenta la lingua. Eccezion fatta per la brevissima fascia costiera, il Gambia è totalmente inglobato nel Senegal, per cui in qualsiasi direzione si voglia lasciare il Paese -sud nel mio caso- bisogna necessariamente entrare nel territorio del vicino francofono.
Ho ormai capito che in questa parte del mondo anche il più insignificante dei viaggi può portar via un’intera giornata e che bisogna quindi presentarsi alla gare routiere (stazione degli autobus) alle più indecenti ore del mattino se non si vuol avere rischiare di trovarsi poi in qualche baracca di confine di mala morte al calare delle tenebre. La ragione per cui da un lato si può viaggiare prima dell’alba ma dall’altro non è consentito farlo dopo il tramonto va oltre la mia piana logica occidentale. Ma come molti altri aspetti della vita quotidiana africana, è un fatto da accettare senza cercarne una spiegazione con la tavola pitagorica alla mano.
La qualità delle strade sembra andar peggiorando man mano che si viaggia verso sud: da asfaltate con qualche buca nel Senegal a bucate con qualche pezza d’asfalto nel Gambia (zona turistica a parte, dove le strade sono degne di un circuito di Formula 1) a totalmente sterrate nella Guinea Bissau. E l’arrivo della stagione delle piogge non aiuta certo a migliorarne la qualità. Alcune strade sono in condizioni di tale deterioro che gli automobilisti preferiscono uscire dalla carreggiata e condurre lungo la cunetta, con l’auto inclinata a 30° piuttosto che stressarsi in una continua gimcana antibuca. Il problema sorge quando si incrocia qualcun altro che ha avuto la stessa idea e quindi uno dei due veicoli si vede costretto a rientrare sulla sede stradale ufficiale. Eppure ho recentemente scoperto che le peggiori strade sono qui le più sicure, le uniche ai cui bordi non si incontrano né carcasse di animali né auto sinistrate (ma forse vengono rimosse per consentire la circolazione nella cunetta). Infatti, mentre su queste strade grattugiate tutti sono costretti a velocità di crociera bassissime, su quelle asfaltate sembra di essere in un mondo di follia ove vige un codice stradale non scritto che consta di soli due articoli: 1)divieto di alzare il piede dall’acceleratore; 2) obbligo di sorpasso di qualunque veicolo, soprattutto camion e possibilmente in curva.
La gamma di mezzi di trasporto pubblici si compone di, dal più economico al più caro: autobus, minivan e taxi brousse. Il primo ha una capienza di circa 40 persone più tanti animali quanto sia possibile infilarne nei corridoi e sul tetto, viene solitamente utilizzato dai contadini, parte quando può, arriva se può. Il minivan è normalmente un rudere con quattro file di sedili e con capienza per 10 passeggeri oltre al conducente secondo la casa costruttrice, 14 più il conducente secondo l’uso locale. Contrariamente a quanto avviene per i bus, i minivan sono essenzialmente utilizzati da piccoli commercianti per cui la presenza di animali è rimpiazzata da genere mercantili inanimati. Tendono però ad essere questi i favoriti della polizia quando si tratta di scegliere da dove estrarre mance. Il taxi brousse infine, è un peugeot 504 familiare (modello del ’68) cui è stata aggiunta una terza fila di sedili nel bagagliaio per poter così (s)comodamente accogliere 7 passeggeri oltre al conducente. Così come succede per i minivan, non hanno orari di partenza fissi, solo una rotta prestabilita e partono solo dopo aver venduto tutti i posti a sedere.
Bissau, la mia prossima meta, dista da Banjul solo 310 Km, ma bisogna pure traversare due fiumi e -fatto non meno problematico in Africa- due confini di nazione. Cercare di fare il viaggio in una sola tirata vorrebbe dire spendere un’eternità sulla strada, litigare in un solo giorno con le guardie di confine di tre Paesi distinti (in tre lingue differenti) e soprattutto venir meno all’indispensabile filosofia africana de l’homme tranquille. E poi il sud del Senegal offre spiagge di prim’ordine… perché non recuperarsi da potenziale futuro stress da viaggio ancor prima di accumularlo?
Dopo alcuni stupendi giorni spesi a Cap Skirring, riprendo il cammino verso la Guinea. A Ziguinchor, capoluogo della Cassamance, trovo un taxi brousse diretto a Bissau e dopo aver mercanteggiato col proprietario del veicolo ne acquisto un biglietto. Il tassista mi assicura che in sole due ore arriveremo a destinazione. Sarebbe stata una media di 90 Km/h e se davvero quel folle avesse avuto intenzione di tener fede a tale promessa, avrei benissimo potuto tagliarmi i polsi anziché salire in macchina. In realtà, partiti alle 11 del mattino, siamo giunti a Bissau solo al tramonto. In auto con me c’era, fra gli altri, un ufficiale dell’esercito Guineano che rientrava a Bissau accompagnato dalla moglie e dalla stupenda figlioletta Deborah, una bambolina nera di due anni avvolta in un immacolato, vaporoso vestitino bianco. Dava pena vederla disidratarsi rinchiusa durante sette ore in una scatola di vetro e metallo a 40 gradi di temperatura. L’uomo era Nigeriano, al che mi era venuto spontaneo chiedergli come uno straniero potesse diventare ufficiale dell’esercito. “In Africa molte cose sono possibili, amico mio” m’aveva risposto. Comunque, la sua presenza a bordo mi aveva evitato un sacco di problemi con le varie pattuglie di suoi colleghi dedite all’arte della ricerca del fallo burocratico nei documenti del viaggiatore.
Bissau sembra essere la nemesi di Dakar: se quella è una megalopoli di stradine troppo strette per l’intenso traffico, questo è un paesotto con ampi viali in stile sovietico totalmente deserti. Se a Dakar uno non può fare un passo senza sentirsi pressato a comprare un cammello di legno o a contrattare gli assolutamente indispensabili servizi di una guida ufficiale, qui l’idea di scocciare il prossimo è l’ultima che verrebbe in mente ai crocchi di uomini distesi contro i muri a godersi la frescura serale. Avete presente Tortilla flat di Steinbeck? I Bissauani sono ciò di più simile che uno possa trovare ai personaggi di quel libro. Lo spazio, lo spazio personale, ecco quello che caratterizza questa città e di cui tanto pativo la mancanza a Dakar (e in misura minore a Banjul).
D’altro lato, la città soffre di costanti black-out elettrici, l’illuminazione pubblica è praticamente inesistente e l’acqua corrente è una chimera. Eppure gli appartamenti dei troppi lavoratori delle ONG qui presenti dispongono di acqua calda e aria condizionata. Che è un po’ come dire: noi veniamo qui ad aiutarvi perché vogliamo creare un mondo di uguali, però prima di iniziare mettiamo in chiaro che noi restiamo sempre un po’ più… uguali! Non serve aggiungere che qui come altrove, la massiccia presenza di impiegati di ONU e ONG fa lievitare i prezzi a livelli di puro dolore fisico. Ricordate il calcolo fatto a proposito del Senegal (vedi "Strane Notizie da un Altro Pianeta")? Quelle cifre impallidiscono se comparate a quelle Guineane. Al peggio non c’è mai fine.
Chiedendo in giro, avevo saputo dell’esistenza di un ex casinò semi-diroccato che forse affittava stanze. Senza dubbio l’opzione più economica in città. Il gestore, nonché unico impiegato dello stabilimento, si chiama Latif. Se un giorno dovessi metter su un’impresa, quelli come Latif sarebbero i primi a finire contro il muro, ma finché quel giorno non vedrà spuntare l’alba, questi sono i miei veri eroi e fonte di ispirazione. A testimonianza del fatto che l’hotel ha conosciuto giorni migliori, la mia stanza presenta chiari indizi di un lusso ormai sfumato: slot-machine, aria condizionata (entrambi non funzionanti) e bagno (senza acqua) en suite. Più una terrazza tutta per me con rami d’albero ormai incastonati nella balaustra di pietra. Io sono l’unico inquilino e Latif, oltre ad invitarmi a pranzo e ad accettare una maglia come forma di pagamento, ha sempre una ragione per assentarsi: “una mia amichetta è in città, my friend” , “vado a pesca con mio cugino” o qualunque scusa pur di tagliare la corda. Il bello è che prima di andar via mi lascia le chiavi dell’intero edificio, nightclub (una perla kitsch che sembra aver appena viaggiato nel tempo dagli anni ’70) e bar inclusi!
Questa è l’Africa che amo, quella che cercavo, quella che sa trovare il lato positivo anche in una quotidianità fatta di stenti. Quella che sa sorridere pur vivendo in una città ancora piena delle cicatrici di una delle nostre guerre (nostre visto che siamo noi a produrre le armi con cui si combattono). Quella dove l’uomo bianco è semplicemente un uomo, non un toubab bisognoso d’esser alleggerito di qualche dollaro. Quella, che, probabilmente, presto scomparirà sotto i colpi di buone intenzioni (ma con aria condizionata) di chi ha sempre qualcosa da farsi perdonare.
La versione inglese di questo blog la trovi sul sito Travelblog.org
Link: http://www.travelblog.org/Africa/Guinea-Bissau/District-of-Bissau/Bissau/blog-181292.html
Categoria: General
Scritto da: marcodaprile







