Marcoelitaliano
13/08: Sotto i Cieli d'Africa
BOROMO, BURKINA FASO
Arrivati a Koni Kombuaré, Bah, nostra guida Dogon (vedi blog precedente) ci aveva sbolognati al suo amico Alpha perché ci scortasse a Bankass e quindi al confine col Burkina Faso. Questi si era rivelato appartenere a quel genere di guide logorroiche, egocentriche, 'cool-man-don’t-worry-be-happy' la cui compagnia finisce col farti capire quant’è bella la solitudine. Avessimo passato quattro giorni insieme saremmo probabilmente arrivati a un epilogo del tipo ‘vittoria o morte’ come nei western di Sergio Leone. E Bankass sarebbe stato lo scenario più indicato per un finale in stile "Il buono, il brutto e il cattivo" con tanto di polvere, balle di paglia portate a zonzo dal vento e lucertoloni che si nascondono sottoterra. Non credo d’aver mai messo piede in un buco tanto sfigato e polveroso: un’unica strada, deserta e bruciata dalla spietata estate africana e transitata con gran parsimonia dai rarissimi veicoli diretti o provenienti dal Paese vicino.
Da qui in poi la strada verso il Burkina Faso diventava di una terra tanto rossa da far pensare di star guidando sul centrale del Roland Garros. I lati della carreggiata erano ancora inondati dopo le recenti piogge, la base degli alberi sommersa come fossimo in un pantano amazzonico, eppure dalla strada si levavano costanti nubi di polvere rossa al passaggio del furgone. L’implacabile sole d’Africa capace di condensare in un niente gli altrimenti lunghi tempi evolutivi terra-fango-creta-polvere.
Arrivammo al posto di frontiera in condizioni disastrate e i nostri abiti ormai irriconoscibilmente rossi contrastavano impietosamente con le nette uniformi degli impeccabili agenti Burkinabé. È Strano come l’attraversamento di un confine, che poi altro non è se non una linea immaginaria, possa trasbordarti in un universo tanto lontano. Voglio dire, sulla carta, stando ai dati della CIA o della World Bank, Burkina Faso e Mali godono di una situazione socio-economica pressoché identica. Sul campo però, di la dal confine i gendarmi sono avide sanguisughe a caccia di mance, di qua sono agenti seri e cortesi che ti fanno il saluto militare; di la l’attività preferita dal popolo sembra essere quella di chieder soldi a cambio di niente, di qua la gente si industria invece in una quotidianità fatta di lavoro; di la si mangia riso, riso e solo riso, di qua le bancarelle ai bordi delle strade vendono un po’di tutto. Un mistero? Si, ma con nome e cognome: Thomas Sankara.
La storia recente del continente africano è piena di rivoluzionari. Gente che nella stragrande maggioranza dei casi ha finito col lasciare il proprio Paese in condizioni peggiori di quelle in cui lo aveva incontrato e il cui unico, vero fine era (e tuttora è) restare al comando il più a lungo possibile. Kabila, Mugabe, Taylor, tutta gente che un giorno mise insieme belle parole di libertà e giustizia, le armò di kalashnikov e con esse cacciò lo sfruttatore forestiero per poi subito dopo scordare i principi e sedere invece sul vacante trono del potere più assoluto, interessato e nepotista.
Thomas Sankara invece è stato un rivoluzionario vero. Uno di quelli cioè che si mantengono fedeli a un’idea anche dopo raggiunto il potere. Uno di quelli che accumula nemici anziché milioni. Uno di quelli che muore giovane e bello, come ogni vero eroe. Come Gesù. O come il Che. Fu presidente del Burkina Faso durante soli 4 anni, un breve periodo nel quale portò avanti inedite campagne di vaccinazione gratuita, abolì gli anacronistici diritti feudali delle classi più abbienti, laicizzò il Paese, emancipò le donne, ridusse doti e stipendi di ministri e parlamentari e ne sostituì addirittura le costose Mercedes con ultra modeste Renault 5, utilizzando i fondi così risparmiati per la costruzioni di scuole nelle zone rurali del Paese. Uno così non poteva durare.
E così arriva il colpo (di stato e di pistola) del Sig. Compaoré. Uno più ortodosso. Uno che sa dire di Si e grazie quando gli si regala qualcosa. Uno che sa stare al posto suo, al servizio degli zii bianchi e di se stesso. Era il 1987, 20 anni fa e, indovinate un po’? Blaise Compaoré è tuttora presidente del Burkina Faso. Con la benedizione dell’occidente e dei leader religiosi per aver estinto il deleterio fuoco della vera rivoluzione, quella di un mondo di uguali. Però le idee non si uccidono e al popolo Burkinabé sembra esser rimasta quella dignità ormai estinta negli abitanti di tutti i Paesi vicini.
Ouagadougou, la Capitale del Paese, non è bella però è (ragionevolmente) pulita, non è Mosca però ha una Piazza Rossa, non ha il fascino decadente di altre capitali d’Africa però i suoi bus partono all’ora prevista, non è fotogenica però i suoi tombini non sputano fuori fetidi liquami dopo ogni pioggia. È una città dove se non si ha fretta si può spendere un’intera settimana osservando i cieli d’Africa aprirsi e lasciar venir giù piogge stagionali a cascate a lavar via mesi di polvere.
Ma i cieli si osservano meglio in campagna. Avevo letto di un Parco Nazionale, il Deux Bales dove l’avvistamento di elefanti e di altra fauna selvatica è piuttosto comune. Il tutto a poche ore d’autobus da Ouagadougou, sulla strada nazionale che conduce a Bobo Dioulasso. Avevo così comprato un biglietto per Boromo, porta d’ingresso del parco, lasciandomi finalmente alle spalle l’additiva pigrizia della capitale. Poche ore dopo, mi avviavo a piedi verso l’unico campeggio del parco, Le Kaicedra. Tutti quelli cui chiedevo quale sentiero prendere mi guardavano con sorpresa, tutti erano d’accordo sul fatto che il campeggio era troppo lontano per essere raggiunto a piedi. Ma la giornata era eccezionalmente soleggiata, una delle pochissime durante la stagione delle piogge. Niente avrebbe potuto interporsi fra me e il piacere di un solitario trekking in un parco nazionale africano. Erano le 4 del pomeriggio.
Man mano che andavo addentrandomi nel parco la vegetazione s’infittiva mentre gli incontri coi contadini di ritorno verso casa andavano diradandosi. Tutte le persone incontrate si rivelavano gentilissime: i bimbi ridevano e si nascondevano dietro gli adulti, i genitori mi indicavano qual’era la strada più breve per raggiungere il campeggio. Mi sentivo come un vero viaggiatore, uno che suscita curiosità, non avidità. Così come dovrebbe essere. Sempre. Ne avevo davvero bisogno dopo Mali, Senegal e Gambia.
Poi arrivò il tramonto e del campeggio nemmeno l’ombra. Avevo forse sbagliato strada? Mi ero forse perso nel bosco e stavo quindi per dar vita al remake africano di Cappuccetto Rosso? Era passata quasi un’ora dall’ultimo incontro con un contadino e io incominciavo a preoccuparmi. Dopo tutto, passare la notte all’addiaccio, solo, in un parco nazionale africano, non credo compaia in nessuna lista di “10 cose da fare prima di morire”. Anche se probabilmente apparire in quelle di “10 cose da fare per morire prima”.
Un uomo in bicicletta apparve, la mia ultima occasione per accertarmi d’essere sul sentiero corretto e che distanza mi separava dal campeggio. Mi disse "pas loin" (non è lontano). Rassicurato, ripresi la marcia di buona lena. Mezz’ora dopo, le tenebre erano ormai scese sul Parco Nazionale Deux Bales e io maledicevo me stesso e la mia esasperata, testarda tendenza a non far mai caso al prossimo. Il “pas loin” era in fin dei conti “tres, tres loin” e io ero solo con l’auto-ironia come unica arma di difesa.
Immaginavo la conversazione fra il poliziotto incaricato delle indagini sulla misteriosa scomparsa di un turista Italiano e mio padre:
Agente: “Suo figlio è stato visto per ultima volta camminare da solo al crepuscolo in un Parco nazionale del Burkina Faso. Aveva per caso problemi di droga?”
Papà: “Non che io sappia.”
A: “Ma non lo trova un comportamento un po’ bizzarro? È forse caduto di testa quando era nella culla?”
P: “No, no, è solo un po’strano”.
A: “E, scusi, voi non avete mai cercato di cambiarlo?”
P: “Chiaro. Non appena capito che era difettoso lo riportammo in ospedale per la sostituzione ma ci dissero che i figli sono come i regali: una volta scartato il pacco non si effettuano cambi”.
A: “Intendevo dire cambiarne il carattere.”
P: “Ah, quello…”
Quando temevo ormai di dover scegliere fra dormire su un albero e farmi massacrare dalle zanzare o bivaccare a terra magari essere calpestato da una mandria di elefanti (e comunque massacrato dalle zanzare), avvistai una fioca luce e un’ombra di forma umana in movimento. Sollievo. Le Kaicedra non aveva altri clienti e il guardiano fac-totum stava per tornarsene a Boromo per la notte. Mi disse ch’era strano che in un silenzio così totale non avesse sentito l’arrivo della mia auto. Gli risposi che ero arrivato a piedi. “A piedi? Da solo? Di notte????” “Ehm… ehm… un caso fortutito.”
Le Kaicedra è un’oasi di pace. 6 bungalows costruiti su un’ansa del fiume Balé dove durante la stagione secca (novembre-giugno) mandrie di elefanti e cervidi scendono ad abbeverarsi e possono esser visti e fotografati da non più di 5 metri di distanza. È stato anche, a quasi 30euro per notte, la cifra più alta pagata per l’alloggio dacché sono in Africa. Sono restato solo un giorno. Elefanti non è ho visti. In questa stagione non hanno bisogno di scendere fino al fiume data l’abbondanza di pozze d’acqua create dalle piogge. Ma la traversata e i correlati timori valevano comunque la pena. Niente è insapore sotto i cieli d’Africa.
La versione inglese di questo blog la trovi sul sito Travelblog.org
Link: http://www.travelblog.org/Africa/Burkina-Faso/Boucle-du-Mouhoun/Boromo/blog-202583.html
Categoria: General
Scritto da: marcodaprile







