Marcoelitaliano
10/09: Turismo Equo e Solidale
SOKONE, SENEGAL
Dopo settimane di comfort cittadino spese tra Ouagadougou e Bamako, la sola idea di rimettermi in cammino su strade devastate, a bordo di veicoli che il buon senso avrebbe portato a rottamare due o tre decadi fa, appariva deprimente. E come sempre succede in questi casi, quando cioè bisogna scegliere fra un presente pigro e comodo e la promessa di un futuro poco sicuro, quest’ultimo continua ad essere procrastinato a tempo indefinito. E quanto differente può apparire la stessa città se frequentata con gente che vi risiede più o meno stabilmente! Al primo passaggio, viaggiando verso est, Bamako m’era sembrata l’ennesimo, infelice, enorme agglomerato urbano d’Africa, ora invece, in compagnia meno nomade, mi si è rivelata come un cittadone tranquillo dove la gente trova tempo (tanto) per riempire il Bla Bla e ogni singolo bar dell’omonimo quartiere.
E tra un bagno in piscina e una birra, ero riuscito persino a prender parte ad un incontro di calcio, il secondo dacché sono in Africa. Non so perché continui a cercare d’auto-convincermi d’essere ancora un atleta nel pieno della forma fisica e per cui un’ora di calcio a 40 gradi di temperatura correndo dietro a ragazzi 10 anni più giovani (e 20 chili più leggeri) di me possa considerarsi idea ‘sana’. La partita si è disputata su un campaccio di terra e pietre di dimensioni abnormi, tipo quello di Holly e Benji dove la porta contraria appare all’orizzonte solo dopo che ore di corsa hanno visivamente compensato la sfericità della terra. Eravamo un numero imprecisato che fluttuava a ogni nuovo conteggio. I più scalzi o in ciabatte di plastica, io in scarpe da tennis e solo uno, Adam, impeccabilmente equipaggiato con uniforme ufficiale del Real Madrid e scarpini da calcio. Ero stato presentato da questi come il rinforzo Italiano della squadra, un fuoriclasse insomma, nonostante la mia reiterata precisazione che il mio ruolo nella vittoria della coppa del mondo 2006 non era andato oltre il guardare le partite in TV, bere birra e occasionalmente bestemmiare. Non proprio una garanzia, insomma, d’aver a che fare con l’alter ego di Totti. Ora, ai tempi in cui davvero giocavo a pallone ero scarso ma correvo. Oggi temo d’aver ritenuto solo la prima caratteristica. E qui, per ovviare all’irregolarità della superficie, si gioca col pallone gonfiato ad una pressione sensibilmente superiore a quella regolamentare, fatto che ne rende il controllo altamente insidioso. Per farla breve, la mia prova è stata statica, penosa, patetica e dopo mezz’ora, prossimo al collasso cardio-respiratorio e in preda alle prime visioni oniriche, ho lasciato la mia squadra con un uomo in meno e sono andato a sedermi fra il pubblico locale. La metà di questi, immagino, si stava chiedendo come poteva l’Italia aver vinto i mondiali con giocatori come me, mentre l’altra metà, quella più pratica e meno data alla ricerca dei perché, decideva se un medico o un prete era ciò che le mie presenti condizioni di salute richiedevano.
Stando alle statistiche, il Mali guida la graduatoria mondiale di sovvenzioni ricevute pro capita e conseguentemente è quello dove più ONG hanno sede. Bamako pullula di Europei e Americani qui per pochi mesi o magari per un paio d’anni, impegnati nei più svariati progetti di aiuto allo sviluppo. Ce ne sono d’ogni genere, da quelli che lo fanno a cambio di uno stipendio ad altri che pagano per il privilegio di venire a cavare un pozzo in Africa. Durante il fine settimana se ne incontrano ancora di più, dato che molti di quelli impegnati in progetti rurali approfittano per venire in città a saggiare birra ed altre emozioni meno caste. Un po’ come facevano cowboys e cercatori d’oro nel far west di John Ford.
Ebbi già modo in un precedente blog ("Una Confederazione di Contrabbandieri") di esprimere la mia opinione su questi aiuti ‘disinteressati’ e resto dell’idea che dare qualcosa a cambio di niente è non meno deleterio che prendere qualcosa senza contraccambiare. Crea un senso d’inferiorità morale in chi riceve che nel lungo periodo è peggio della carenza materiale cui ha supplito. In Africa occidentale (e forse nell’intero continente), 9 bianchi su 10 incontrati sono volontari ONG, Samaritani come i meno suscettibili d’essi si definiscono. Io volevo però vedere da vicino qualche progetto differente, uno dove l’idea di collaborazione non significasse ‘Io dono, tu ricevi’ ma piuttosto qualcosa atto a sviluppare una vera, fattiva cooperazione con la comunità locale.
Così, un giorno, m’ero finalmente deciso a dare l’addio ai relativi agi di Bamako e a rimettermi sulla strada, destinazione Sokone, Senegal, dove il mio amico Francese Olivier era impegnato nell’apertura di un hotel ‘equo e solidale’. La stessa idea -ad esempio- delle bottiglie di Guaranì prodotte da piccole cooperative Paraguaiane sotto la garanzia occidentale di una futura distribuzione a prezzi giusti, ma applicata al turismo.
Il viaggio era stato infernale. Due giorni di pura sofferenza fra buche e sole implacabile, puzzo di benzina mal carburata e tentativi di estorsione. Arrivare a Sokone era stato per me come l’ultimo giorno di scuola per uno scolaro: pura vida! Ora, sulla mappa Sokone appariva come una località di solida vergatura, di quelle insomma indicate in neretto. Mi sarei quindi aspettato di arrivare nella consueta iper-caotica gare routiere col solito nugolo di scocciatori, i consueti famelici tassisti e quanto meno un hotel-bordello. Invece il taxi brousse mi aveva scaricato in una piazzola che ricordava quelle della provincia Italiana dove parcheggiavano i torpedoni nei film del neorealismo post-guerra. E il paese sembrava proporzionalmente minuto: un’unica strada assolata e desolata, bordeggiata da negozi miseri e anneriti con l’eccezione dell’immacolata sede Western Union, tanto nuova e rilucente da stonare come un diamante esposto per errore nella vetrina di una macelleria.
Trovata una cabina telefonica, avevo avvisato Olivier che pochi minuti dopo arrivava a bordo di un fiammante Suzuki blu elettrico. “Vedo che non hai perso l’abitudine di viaggiare leggero” esordiva sorridendo, indicando lo zainetto Invicta, mio unico bagaglio. Olivier è una di quelle persone che credo non incontrerebbe difficoltà a fare un sacco di soldi in questo mondo ma che preferiscono -saggiamente- fare quello che vogliono, vivere bene, piuttosto che piegarsi all’inflessibile logica della grande economia. Ha l’aspetto mediterraneo reso ancor più tonico da mesi di Senegal e uno charme tutto francese. Ve ne fossero di più di persone così vivremmo sicuramente in un mondo con meno stress e alienazione. A Sokone sembra godere dello status di stella di Hollywood e girare per il paese in sua compagnia era un po’ come fare da guardaspalle a un Mick Jagger trent’anni più giovane. Sospetto comunque che tale popolarità abbia qualcosa a che vedere con l’apertura dell’albergo cui sta lavorando. Ogni volta che metteva piede in paese veniva fermato dall’occasionale ‘fan’ alla ricerca però di un impiego piuttosto che di un autografo. L’incontro più curioso è stato con una ragazza che alla domanda “Qual è il tuo mestiere?” gli rispose “Faccio bere gli uomini”. “Vuoi dire che prepari bevande?” “No. Faccio bere gli uomini”. Io l’avrei assunta non fosse altro che per la delicatezza della metafora.
La regione del delta del Sine Saloum è di una bellezza tanto radiosa quanto poco acclamata. Fauna, flora, sole, gente ospitale e -a detta di Olivier- fiumi dove i pesci lottano fra essi per essere i primi ad abboccare al tuo amo. Tant’è che verso il tramonto andavamo a pesca quasi ogni giorno: pace e rhum con miele e limetta Si, ma nessun pesce nella cesta. E sono quasi sicuro che il rhum lo bevevano solo dopo le fallite sessioni di pesca. L’hotel, in realtà un complesso di bungalows, è costruito su un ansa del fiume dove il soave sciacquio delle acque e il canto degli uccelli compongono una colonna sonora di pace e tranquillità. Il posto ideale dove rilassarsi senza spendere una fortuna. Il progetto prevede l’occupazione esclusiva di personale locale, appositamente addestrato in questi mesi a Dakar e altrove in Senegal ma non è basato, come la miriade di progetti Europei in Africa, sul concetto di beneficenza. L’obiettivo è il profitto, seppur ottenuto in equa proporzione col relativo sviluppo della comunità locale e con un corretto bilanciamento del troppo spesso mostruoso rapporto capitale/lavoro. Non è Marx, non è Gesù, ma almeno non è McDonald!
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Categoria: General
Scritto da: marcodaprile







