Marcoelitaliano
24/09: Il Viaggio in Treno
NOUADHIBOU, MAURITANIA
Quando arrivai in stazione mancava ancora molto alla partenza del treno. Un uomo che beveva tè mi aveva detto che erano le tre e venti e il treno non sarebbe partito fino alle sei, così decisi di dare un’occhiata in giro per passare il tempo. Il viaggio da Atar era stato tanto terribilmente duro quanto gloriosamente scenico. Più di venti persone -tutti uomini- che attraversano uno dei più impietosi deserti del mondo su un fuoristrada Toyota. L'auto era così sovraccarica che in più di un’occasione eravamo stati costretti a scendere tutti e camminare accanto al veicolo mentre il talentuoso conducente faceva del suo meglio per mantenere il motore in marcia, seppur a minime rivoluzioni.
Atar, capitale amministrativa della regione dell’Adrar, è un granello di umanità circondato da centinaia di chilometri di sabbia senza vita. Tuttavia, sembra New York City se comparato con Choum, questo arido, remoto villaggio il cui solo motivo d’esistere sembra essere la sua stazione ferroviaria. Qui, una volta al giorno, il treno proveniente da Zouerat ferma nella sua corsa verso Nouadhibou. È il treno più lungo del mondo, apparentemente fino a 3 km di lunghezza, ed è il solo collegamento tra il deserto del nord e la costa. È anche l'unico motivo per cui mi ero sbattuto tanto per arrivare fin qui. Strano motivo, lo so. Ma l'amore spinge sempre a fare le cose più bizzarre e la mia storia d'amore con i treni è eterna.
Ero quindi all'ombra di una tenda (semi)nomade sorseggiando tè in compagnia di quaranta o più Mauritani (tutti uomini, di nuovo) in attesa che qualcosa accadesse. Ero nervoso. C’era qualcosa che non riuscivo a comprendere del tutto, e ciò mi rendeva nervoso, mi dava prurito. Beh, la spiegazione per il prurito avrebbe potuto avere qualcosa a che fare con il letto infestato di pulci dove avevo dormito la notte precedente ad Atar. Ma perché questa sensazione di ansia? Mi sentivo come un ragazzo che decide dopo settimane di notti insonni di dichiarare il suo amore alla sua special donzella ed è ora combattuto tra il desiderio di poter accelerare l’orologio e tagliare così la struggente attesa, o piuttosto quello di piantare un chiodo nell’orologio per fermare un’imminente, potenziale sconfitta (e un cuore spezzato).
Questi sono i momenti in cui mi piace star da solo. Così decisi di uscire e fare un giro. Il luogo era totalmente abbandonato e silenzioso. Non trovo le parole per descrivere il calore del deserto alle tre del pomeriggio in estate. Anche dopo diversi mesi in Africa, è semplicemente insopportabile. Camminai per pochi minuti, e mi chiedo come qualcuno possa desiderare, o anche tollerare, la vita in tali condizioni ambientali. Questo potrebbe suonare esagerato ma, di fatto, non lo è: raggiunta l'uscita dal paese mi sentivo disidratato come un uva passa. Entrai in un piccolo negozio di alimentari e bevvi svariate lattine di succo di melone (probabilmente l'unico prodotto mauritano che rimpiangerò). Il clima del deserto dovrebbe essere consigliato a tutti quelli che vorrebbero perdere peso. Si mangia molto raramente eppure, a causa della massiccia quantità di liquidi ingeriti, non si ha mai fame. Non ricordo di aver mai mangiato più di una volta al giorno durante il mio soggiorno in Mauritania. Inoltre, in luoghi come questo non si può essere attratti dal cibo in quanto piacere, visto che la gamma di prodotti tra cui scegliere si limita a carne in scatola, tonno in scatola e gallette.
Poco prima delle sei, l’intero villaggio si spostava in sincronia verso la stazione ferroviaria. Se stazione è ciò che si chiama un indistinto pezzo di deserto attraversato da due binari e segnalato da un cartello in francese recitante arret passage. Un anziano avvolto in una tunica bianca mi si avvicinò e mi disse qualcosa che non capii. Aveva in mano un fascio di pezzi di carta e li agitava verso di me. Un giovane calciatore che avevo conosciuto nel viaggio da Atar si avvicinò e mi disse in francese che il vecchio era il bigliettaio e che il prezzo per viaggiare nella maison, era di 500 ouguya . Ciò significava 1½ € per 13 ore di viaggio! Ci sono due modi di viaggiare su questo treno: si può salire gratuitamente su uno degli oltre cento carri merce o si può acquistare questo biglietto assurdamente economico e viaggiare nella carrozza passeggeri.
Finalmente arrivò il treno. Era enorme, immenso. Era tirato da quattro massicce locomotive diesel di colore giallo. Poi un interminabile fila di carri caricati con minerale di ferro nero-rossastro e infine, un solo vagone passeggeri color celeste a precedere un’altra, la quinta, locomotrice supplementare. Fermare un mostro tale deve essere un prodigio d’ingegneria e immagino che il macchinista dovrà probabilmente iniziare a frenare chilometri prima del luogo dove effettivamente vuole arrestare il convoglio. Riuscii a salire a bordo della carrozza passeggeri facendomi largo a gomiti, ma una volta a bordo realizzai la quantità di gente ammassata in quell’unico sobrio vagone e decisi di saltare giù dal lato opposto, correre verso una delle carrozze merci e salire su una d’esse. Preferisco cuocere al sole e battere i denti per il freddo di notte dormendo su rocce di ferro, piuttosto che spendere 13 ore senza la possibilità di stendere le gambe o respirare correttamente. Niente mi atterra quanto la mancanza di spazio.
Poi la possente bestia lentamente iniziò il suo cammino verso il lontano traguardo costiero. Salii in cima alla piccola collina di rocce, lasciata in ogni carro dalla gru in fase di carico, per assaporare appieno la sensazione di libertà ed avventura. Ero ben al di sopra del limite metallico superiore del vagone ed ero consapevole che un movimento sbagliato avrebbe potuto mandarmi giù rotolando dalla collina e fuori dal treno, morto o abbandonato con le ossa rotte nel mezzo di un implacabile deserto. E il treno andava costante seppur lentamente prendendo velocità. Viaggiare in una posizione tanto elevata non era più così divertente. Inoltre v’era un secondo, non meno preoccupante problema: l’alzarsi delle polveri di ferro dal proprio carico minerale. In quantità sempre crescenti, il vento le sollevava dai vagoni e me le ficcava nella bocca, negli occhi e nelle orecchie. Alla fine riuscii in qualche modo a scendere più in basso e sedermi all’interno della balaustrata, in posizione più protetta. Diedi un’occhiata a come gli occupanti Mauritani degli altri vagoni si difendevano da tale tormenta di sabbia nera. Erano tutti interamente avvolti in una sorta di lunga sciarpa, stile mummie. Infilai quindi una mano nel mio Invicta per prendere la mia unica t-shirt di scorta e utilizzarla come fazzoletto, e in quel momento, in profondo orrore, realizzai che qualche gran figlio di buona madre me l’aveva rubata, probabilmente a Atar o sul fuoristrada in viaggio verso Choum.
Non si conosce mai il limite ultimo del proprio vocabolario di imprecazioni fino a quando qualcosa di simile non accade e se non avete mai viaggiato senza bagagli non sarò forse in grado di farvi capire appieno la gravità della situazione. Voglio dire, se si viaggia con 20 Kg di zaino e qualcuno ti ruba qualcosa, si tratterà semplicemente di un problema di tipo economico. Potrebbe essere qualcosa di molto costoso, un ricevitore GPS o una macchina fotografica, ad esempio, ma in nessun caso tale furto andrebbe a influenzare in termini immediati la qualità della vita. Quando invece tutto ciò che ti porti dietro è una sola t-shirt e in un dato momento ne hai davvero bisogno onde evitare l'ingestione del 50% della produzione di ferro della Mauritania, la cosa prende tutt’altra piega. L'unica soluzione rimastami era quella di usare l’asciugamano a mo’ di turbante.
Quindi il sole tramontò e le stelle sopra di me erano tutto quanto potevo vedere. Lo sferragliare del treno sui binari tutto quel che potevo sentire mentre procedevamo dolcemente verso derive meno disumane. Poche ore dopo il tramonto la temperatura iniziò a scendere. In un niente si passò dal calore bruciante ad una scomoda sensazione di freddo autunnale. Ero di nuovo in uno stato di disagio. Potevo rimuovere l’asciugamano-turbante dalla mia testa per utilizzarlo come coperta e probabilmente risvegliarmi al mattino cieco come un lombrico e con la bocca setosa come l’ascella di un gorilla o lasciarlo al suo posto e gelarmi il culetto. Optai per questo seconda classe di martirio.
Ho strane memorie di quelle tante ore di viaggio notturno. Sonnecchiai durante gran parte del tempo. Era assolutamente scomodo e freddo. Eppure, ogni volta che il treno fermava per qualche (improbabile) ragione, mi alzavo e respiravo appieno, felice, i fumi di quello che è ormai da noi un genere di viaggio appartenente solo alle memorie di un passato eroico e romantico. Raggiungemmo Nouadhibou all'alba. Mi svegliai e realizzai nel più completo stupore che in qualche momento della notte, un intero gregge di ovini era stati caricato in cima ai cumuli di minerale e che ora i pastori si affaccendavano freneticamente a scaricarle in un modo tanto semplice quanto crudele: gettandole fuori del treno.
Scesi dal treno. Una fila di taxi illegali sostavano accanto alla ferrovia nel vento freddo dell’Atlantico in attesa di potenziali clienti da attirare nel comfort di un qualche tipo di morbido sedile. Salii su uno di questi per farmi accompagnare in centro. Ero immondamente sporco. Così sporco da non capire come in il tassista mi lasciasse salire sulla sua auto.
Era la fine. Tempo cinque minuti e starei entrando in un qualche albergo, quindici minuti e starei sotto la doccia a scrostar polvere dal mio corpo. Tempo pochi giorni e avrei trovato un altro passaggio verso nord. Il viaggio in treno era finito.
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Categoria: General
Scritto da: marcodaprile








ANNA ha scritto: