Marcoelitaliano
01/10: Guida Desertica per gli Autostoppisti
LAAYOUNE, SAHARA OCCIDENTALE
Il viaggio in treno (vedi "Il Viaggio in Treno") mi aveva lasciato indolenzito e scarico d’adrenalina. A Nouadhibou avevo preso alloggio presso un campeggio per overlanders e dopo un giorno di necessario riposo m’ero messo a cercare un passaggio verso nord, attraverso il Sahara Occidentale e fin su a Marrakech, dove avevo un aereo con destinazione Londra da prendere. Il biglietto lo avevo comprato oltre un mese prima, quand’ero ancora in Mali, ma evidentemente avevo sottovalutato i tempi di percorrenza africani. Ora mi restavano appena sei giorni per trovare qualcuno disposto a darmi un passaggio fino a Dakhla (600 Km di deserto) e da li proseguire fino a Marrakech, altri 1500 Km più a nord.
Un suggerimento per quelli di voi che magari stanno pensando di traversare il Sahara con mezzi di fortuna: viaggiate solo da nord verso sud. I pochi avventurosi conduttori di jeep o camion incontrati a Nouadhibou erano tutti invariabilmente diretti a Nouackchott, nessuno procedeva in senso contrario. Tutti scendevano dall’Europa verso il cuore dell’Africa. C’era qualcosa di illogico in tutto ciò: se tanti scendono, prima o poi qualcuno deve pur tornar su, no? E invece No. Sembra che la stragrande maggioranza di quelli che si avventurano a traversare il Sahara in auto, vendono la stessa a viaggio completato e tornano in Europa in aereo. La scoperta di tale costume proiettava ombre poco incoraggianti sul mio piano.
Rassegnato a non poter trovare carovane cui aggregarmi, incominciai a sfogliare il dedalo di opzioni restanti. La prima idea alternativa fu quella di cercare un passaggio su qualche tir diretto in Europa. Mi trovavo del resto -così avevo ragionato- in un importante centro di smistamento del pesce. Il porto di Nouadhibou è sconcertante: cumuli di pesce scartato imputridiscono in ogni dove, mentre gli scaricatori procedono ancora manualmente alle operazioni di carico e scarico delle merci dalle navi. La strada che attraversa il porto, l’unica che davvero avrebbe senso asfaltare in un Paese totalmente desertico, è una striscia di terra e fango trasformata in campo arato dal vai e vieni dei camion. Avvicinavo ogni camion con targa europea e chiedevo ai conducenti (tutti Mauritani) se fossero diretti in Spagna. Tutti andavano invece a sud, alla capitale Nouackchott.
In una di queste mie incursioni nella poco raccomandabile zona portuale conobbi Juan Manuel, un uomo d’affari Canario che mi spiegò che il solo pesce che si scarica qui è quello destinato al consumo locale e che invece la gran parte del prodotto finisce direttamente nei porti di Spagna. Che senso avrebbe, d’altronde, scaricarlo qui per poi trasportarlo in Europa via terra attraversando due interi Paesi e un deserto? Lui stesso mi consigliò, invece, di cercar fortuna al mercato della frutta presso i commercianti Marocchini. Questi trasportano frutta e verdura dal sud del Marocco fino a Nouadhibou, scaricano la merce, recuperano le casse vuote e ripetono il viaggio in direzione inversa. Qui ottenere un passaggio sarebbe risultato più facile seppur, molto probabilmente, a cambio di denaro. Avevo però troppa fretta per potermi permettere purismi filosofici sull’arte dell’autostop. Avevo già sprecato due dei sei giorni a mia disposizione ed ero ancora fermo al palo. Visitai quindi il mercato, lasciai detto che cercavo un passaggio per il Marocco e l’indirizzo dove contattarmi. Restava solo da aspettare e sperare.
Alle 7 del mattino successivo venni svegliato dal custode del campeggio; un venditore di stoffe Marocchino sarebbe partito con destinazione Dakhla a mezzogiorno e sembrava disposto a portarmi con se a cambio di 9000 ouguya, 27€. L’esosità della richiesta mi spingeva a rifiutare l’offerta, ma non ero davvero nella posizione di poter trattare.
Poco prima delle 12, il signor Rachid si presentò col suo Renault Combo bianco al cancello del campeggio. Il resto della giornata lo ricorderò come uno dei più lunghi e monotoni viaggi della mia vita: 600 Km di sabbia, rocce e vento. Le uniche note degne di cronaca furono il passaggio nella terra di nessuno fra i due Paesi, sede di un vivissimo e inquietante mercato d’auto usate di dubbia provenienza e poi, una volta entrati nel Sahara Occidentale, i continui avvertimenti a non allontanarsi dalla sede stradale a causa delle mine antiuomo. Stranamente, i cartelli erano situati, oltre che sul lato del deserto, anche su quello dell’oceano. Teme forse l’esercito Marocchino un’invasione dal mare da parte del Fronte Polisario? cammelli anfibi, forse?
Arrivammo a Dakhla a tarda sera. Rachid mi scaricò nella piazza centrale e finalmente, quattro mesi dopo aver lasciato le isole Canarie, mi ritrovavo in una città dove caos e monnezza non rappresentavano la normalità. Non credo esistano ragioni per cui uno possa volere andare a visitare Dakhla apposta, però, dopo pulci, zanzare, topi, polveri di ferro e dieta ripetitiva, la si apprezza come fosse Venezia durante il giro di nozze. Mi ha ricordato l’isola di Fuerteventura: stesse case basse e terrazzate, stesso ventaccio amico solo dei surfers, stesso lungomare con le piastrelle che formano disegni di ispirazione marittima, stesso numero di Marocchini. La vista di coppie di fidanzati che passeggiavano a braccetto o gruppi di sole ragazze mi aiutava inoltre a dimenticare gli assurdi anacronismi feudal-religiosi della Mauritania. Sarei volentieri restato più a lungo ma mi restavano solamente tre giorni per coprire i restanti 1500 Km fino a Marrakech.
Laayoune, città più grande, più affollata e meno pulita di Dakhla, fu la seguente fermata. Ero con l’acqua alla gola, restai solo un giorno. A sera, mentre camminavo verso la stazione degli autobus per salire sul bus che finalmente mi avrebbe portato nel Marocco vero e proprio, venni coinvolto mio malgrado in una poco edificante scena di intolleranza sociale. Due ragazze passeggiavano lungo una delle affollate vie del centro città, una indossava il velo islamico, l’altra era a capo scoperto. Un bruto le avvicinò e incominciò a parlarle. Un monologo cui le due cercavano evidentemente di sottrarsi. Io ero ancora lontano, ma procedendo in direzione opposta potevo osservare il continuo zigzagare delle due donne cercando di liberarsi delle indesiderate attenzioni di tan poco ortodosso ammiratore. Questi, indomito, continuava ad assillarle fra l’indifferenza generale dei passanti. Mi fermai, volevo vivere l’intera scena. Finalmente, continuando con tale gimcana, mi raggiunsero. Viste da vicino, risultava palese il patimento e la rabbia impotente disegnati sui volti delle due giovani. Nessuno interveniva. Indifferenza allo stato puro, proprio come succede da noi quando un’anziana sale su un autobus o un treno pieno e nessuno le cede il posto a sedere. A me questi comportamenti senza cuore fanno ribollire il sangue. Non sono nessun eroe e probabilmente se mai dovessi assistere a qualche atto di violenza di gruppo finirei anch’io per far finta di non aver visto solo per poi passare il resto dei miei giorni -allungati da un momento di codardia- nell’auto-recriminazione. Però in questo caso si trattava di un tipo solo, non dell’intera curva nord della Lazio.
Gridai all’uomo, in francese, di lasciarle in pace. I tre si fermarono. Lui si girò verso di me, rispose qualcosa in arabo (dubbi sulla moralità della professione di mia madre, suppongo) e s’avvicinava con attitudine minacciosa. Qui però le cose cambiarono, i rapporti di forza s’erano invertiti e una delle due donne, evidentemente rassicurata dalla presenza di un insperato alleato, trovò finalmente la forza per bacchettare -con tanto di dito indice all’aria- il suo tormentatore. Altra gente intanto andava fermandosi e un uomo che passeggiava a braccetto con la moglie prese a far eco alla giovane donna nella strigliata all’ex carnefice, ora vittima. Questi, capita la mala parata, si affrettò a tirarsi fuori dal gruppo e sparire. Attirare l’attenzione di una pattuglia della polizia o dell’esercito (qui a Laayoune presenti a migliaia per ragioni politiche) avrebbe significato per lui quanto meno un viaggio al commissariato dove le forze dell’ordine avrebbero proceduto a una vigorosa spiegazione sul fatto che in Marocco si può chiudere un occhio sulla mancanza di rispetto a una donna senza copricapo ma che azzuffarsi con un turista è totalmente inaccettabile.
Strette di mano, ringraziamenti ed eccomi di nuovo sulla strada. Ancora una notte senza sonno né panorama attraverso questa infinita distesa ocre che è il Sahara. I paesi si ripetevano tutti uguali seppur a distanze meno abissali gli uni dagli altri rispetto al sud. Poi arrivarono le prime città costiere: Sidi Ifni, Agadir, Essaouira. È sempre curioso vedere una fetta tanto cospicua di mondo dal finestrino di un bus. Non la si vive, la si osserva superficialmente come si fosse di fronte alla TV. E infine fu Marrakech, una di quelle città il cui nome chiama alla mente esotismo e storie da Mille e una notte. Ero totalmente cotto. Era oltre una settimana che non facevo altro che muovermi in apnea in direzione nord. Avevo faticato come un minatore di carbone per percorrere poco più di 2000 Km. Gli ultimi del mio tempo d’africa.
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Link: http://www.travelblog.org/Africa/Western-Sahara/North/Laayoune/blog-224598.html
Categoria: General
Scritto da: marcodaprile








amina ha scritto:
dicono anche che lyoune e bella ma nn li mai vista... ghelmim e bella pure lei sia di notte ke di giorno nn dimentichiamo marrakech e agadir sono per me le 2miraviglie del maroccccoooooo
ciao aminaaa