LONDRA, REGNO UNITO
Londra è uno di quei posti dove un divano amico per il viaggiatore non manca mai. È una città che se da un lato ha forse perduto quel ruolo di capitale economica d’Europa che durante tanto tempo aveva detenuto, dall’altro ha finito per acquisire lo status indiscusso di ombelico del mondo socio-culturale, diventando oggi ciò che era Parigi negli anni a cavallo fra le due guerre mondiali. Di questi tempi, tutti vanno a Londra. Chi per imparare l’inglese, chi perché si sente artista, chi perché vuole scoprire se quel che si dice in giro è vero e le guardie di Buckingham Palace sono davvero immobili: ognuno ha la sua buona ragione e prima o poi finisce con l’accattare l’inevitabile “vieni a trovarmi a Londra, puoi stare da me” pronunciato dall’amico di turno.

Gli anfitrioni nel mio caso si chiamavano Sandro, mio vecchio compagno d’armi (per così dire, eravamo obiettori di coscienza) e Monika, sua splendida fidanzata Slovacca. Nella fattispecie Londra era per me il bivio dove lavar via mesi di polveri d’Africa e organizzare la prosecuzione del viaggio. Una tappa tranquilla. A volte se ne sente il bisogno. Vi fu però un’altra epoca nella quale questo Paese fu la mia casa e tornare da viaggiatore in un luogo che un tempo si è chiamato “casa” fa sempre un certo effetto. Suggerisce riflessioni e comparazioni. E così, in giorni di lunghe passeggiate urbane è nata l’idea di questo blog su differenze e similitudini fra il Regno Unito e l’Italia. Un gioco di parallelismi ordinati secondo i vari aspetti della vita quotidiana nei due Paesi.

Cibo: Per apprezzare appieno il rapporto degli Inglesi col cibo è sufficiente passeggiare durante 15 minuti fra gli scaffali di un supermercato. In un supermercato italiano 9 corridoi su 10 sono dedicati a quello che potremmo definire “cibo”; prodotti cioè più o meno freschi che vanno trasformati con un minimo di lavoro e di spezie in vivande. Solo l’ultimo androne (solitamente quello più vicino alle casse) espone “junk food” insapore ma pronto per l’uso in stile McDonald. Nel Regno Unito la proporzione è inversa. Ricordo come un incubo interi corridori monotematici di plastica spacciata per cibo: Tailandese, Indiana, Cinese, Italiana. Tutto già pronto. Una volta comprai “Penne ai 4 formaggi” per microonde. Dopo averle assaggiate arrivai a pensare che se anche non ne avessi rimosso l’involucro di plastica il gusto non ne avrebbe patito. In una minuscola zona del supermercato si vendono prodotti di qualità, ma i prezzi sono tali che se se ne vuol mangiare tre volte al giorno c’è da vendere un rene, un polmone o quanto meno ingenti quantità di erbe medicinali illegali.


Alcol: Lavorando in Gran Canaria gomito a gomito con gli Inglesi m’ero formato l’idea che per questi la riuscita di una serata era direttamente proporzionale alla quantità di vomito espulsa. “Com’è andata ieri sera?” “Alla grande, ho vomitato cinque volte e non ricordo assolutamente niente”. A costo di suonare bigotto e fariseo, e senza negare che anch’io in più di’un occasione ho finito col ridurmi in tale stato, ci tengo a puntualizzare che la mia risposta del giorno dopo sarebbe “Malissimo, ho vomitato anche l’anima e ora ho una mandria di bufali che cerca di uscire dal mio corpo. Mai più”. La differenza sta nell’obiettivo: in Inghilterra si beve per sbronzarsi, da noi se ci si sbronza è per errore di calcolo.

Condotta stradale: Facile facile: il Regno Unito è un Paese civilizzato dove la gente si ferma ai semafori, rispetta i limiti di velocità, non parcheggia in divieto di sosta e -inaudito in Italia- da la precedenza ai pedoni sulle strisce pedonali. In Italia la strada sembra essere il luogo prescelto come arena per ridurre il sovraffollamento mondiale. E ci riusciamo benissimo. Tanto che la UE ci ha dovuto ufficialmente bacchettare a proposito. Una vergogna.


Politica: Se avevate pensato che il capitolo precedente era in assoluto il meno meritorio del nostro Paese eravate in errore. Peggio che la nostra condotta stradale è la nostra classe politica (e la nostra attitudine verso essa). Anche nel Regno Unito non sono mancati negli ultimi decenni scandali politici di certa rilevanza, anche loro ogni tanto si trovano fra le mani gente come Margareth Thatcher, però sono anche capaci di punire alle elezioni un partito che ha tradito le promesse o di votare in parlamento contro il proprio primo ministro rinnegato. In Italia “godiamo” di una situazione pseudo-feudale dove i mammut che stanno al potere ivi restano finché -al centododicesimo compleanno- non gli staccano la macchina dell’ossigeno.


Media: Qui si tratta di scegliere il meno peggio fra uno stupratore e un terrorista! In Italia una metà dei mezzi di comunicazione di massa appartengono al signor Berlusconi mentre l’altra è ripartita secondo ben marcate ideologie politiche. Ne consegue che per farsi una vaga idea di come stanno le cose c’è da leggere la stessa notizia su due quotidiani di bandi distinti per poi applicare una media matematica all’equazione e sapere che in realtà se ne sa meno di prima. Nel Regno Unito i media non sono tanto lottizzati (o quanto meno il proprietario delle maggiori testate del Paese non ha la poca vergogna di candidarsi a primo ministro) ma le edicole sono piene di quell’insopportabile prodotto tipico Inglese: il Tabloid. L’immancabile tettona bionda a pagina 3 rappresenta di solito l’unica parte di tali giornalastri degna di un’occhiata. Comunque, sempre meglio la biondona che Berlusconi.


Meteo: Il clima del Regno Unito si riassume in questa battuta tutta Inglese: “Grazie a Dio quest’anno l’estate è caduta di domenica”. Esiste la leggenda secondo la quale l’Inghilterra è un Paese estremamente piovoso. Eppure, dati pluviometrici alla mano, Londra riceve in un anno 200 mm di precipitazioni meno che Roma. In realtà non è che piova sempre, è solo che minaccia costantemente di farlo. Non sono né quelle piogge autunnali continentali, calme e costanti, né quei violenti temporali tropicali che ti lasciano solo pochi secondi per trovare un riparo contro una cascata d’acqua. È piuttosto un cielo costantemente grigio e un’acquolina fina, insidiosa e intermittente. E va avanti così da Capodanno fino a San Silvestro. I nostri tre mesi d’estate equivalgono qui a un giardiniere folle che dal cielo irriga col suo annaffiatoio. I nostri inverni bianchi di neve e azzurri di soli gelidi corrispondono qui… sempre allo stesso giardiniere folle.


Sport: Agli Inglesi il merito d’aver inventato pressappoco tutti i più popolari sport attuali: il calcio, il rugby, il tennis. Vincerebbero questo punto a mani basse se non fosse per… il cricket! Uno sport che solo una mente sotto l’allucinogeno effetto delle anfetamine può aver partorito. Il cricket è un po’ come quelle visite ai parenti che uno tanto odia nell’età transitoria fra infanzia e adolescenza: una condanna. Con una differenza: il cricket non scompare con la fine della pubertà. Un incontro di cricket incomincia il giovedì o il venerdì e va avanti -salvo pausa tè alle 5 del pomeriggio- fino al tramonto della domenica. Tre o quattro giorni nei quali due squadre, vestite entrambe di bianco crema come venissero da una prima comunione, si alternano a lanciare e battere una palla di dimensioni simili a quella da baseball. Obiettivo del lanciatore è colpire i paletti posizionati dietro al battitore, obiettivo di questi evitare che ciò accada. Di tanto in tanto la metà dei giocatori esulta. È quello il miglior momento per comprendere almeno chi sta giocando con chi. Si va avanti così finché c’è luce, giorno dopo giorno finché alla domenica il punteggio è di varie centinaia di punti ciascuno. Come nel tennis, in caso di pioggia il gioco si sospende. È quindi da sperare, ogni volta che un canale TV è ostaggio di tale punizione divina, che il giardiniere folle di cui sopra torni a colpire. E invece quelli del cricket finiscono sempre per essere i fine settimana più assolati della storia del Regno Unito. Per riassumerlo con le sagaci parole di Bill Bryson: “L’unico sport dove gli spettatori sudano più dei giocatori”.


Umorismo: La battuta Britannica per antonomasia è quella che magari non capisci subito ma che una volta assimilata ti piega dal ridere e torni a ridere con la stessa intensità ogni volta che ci ripensi. Certo per uno straniero questo è un rischio. Voglio dire, non tutti i momenti sono indicati per sganasciarsi dalle risate e una battuta detta durante la pausa che viene a fare effetto durante la lezione o quando si sta rendendo conto al capo può creare situazioni imbarazzanti. L’umorismo Inglese, contrariamente a quanto accade con quello Italiano -e più in generale con quello “internazionale”- è meno fisico e più surreale, più cerebrale. I Monthy Python ne sono forse il miglio esempio. Non è un genere che lasci indifferenti: o lo si ama o lo si disprezza. Io lo amo. E poi non ho mai conosciuto nessun Britannico che non conosca almeno una barzelletta. Persino quelle poche volte che sono sobri!



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