Sono abbastanza emozionata per il fatto di scrivere delle cose che altri leggeranno. Non sempre quello che piace a me è accolto in modo analogo dagli altri, anzi, quasi mai. Per questo scrivere in un blog, e soprattutto in un blog che porta il mio nome mi mette un po’ d’ansia, ma dopo questa prima pagina credo che mi velocizzerò e mi libererò delle mie esitazioni, o almeno spero che ciò accada, dal momento che queste prime righe mi hanno già preso 45 minuti e la consumazione del tasto “back”.
Cominciamo dal mio nome, Gitanilla, che vuol dire “zingarella”. Me l’ha dato un mio amico, anzi, la mamma di un mio amico, quando mi ha vista arrivare al campeggio nera come un tizzone dopo una giornata passata sulla spiaggia di Soverato, con due grossi cerchi alle orecchie ed un telo multicolore che mi copriva il corpo. “Pare ‘na zingarella”, disse a suo figlio, che poi partì in erasmus a Salamanca, e va da sé che gitanilla suoni meglio di zingarella. La mia amica Enrica ha optato per una soluzione più rapida, semplicemente “Gita”, che mi piace parecchio perchè sa di freschezza e di voglia di partire.
Questa voglia di partire caratterizza tutta la mia giovane esistenza, anche se si tratta solo di salire in macchina e fare un’ora di viaggio nella campagna romana. Non che io sia una viaggiatrice incallita, o meglio, non che abbia fatto dei viaggioni incredibili a parte quello in Grecia-Turchia e quello in Medio Oriente, però a 24 anni credo che il mio sia un curriculum di viaggio carino, anche se incompleto, tra un salto qua e là in Europa, uno abbastanza lungo in California e varie permanenze per motivi di studio o di svago.
Faccio la cameriera, i miei soldi vengono spesi più che altro in biglietti di aereo rigorosamente low cost, treni e serate sbevazzanti. Mi sono appena laureata in lingue, l’unica cosa che mi riesca bene nella vita, ed anche una grande passione: la cosa che mi piace di più quando viaggio è parlare con le persone del posto, scoprire come passano le loro giornate, capire in che cosa sono differenti da me ed in che cosa mi assomigliano. E parlando la loro lingua è ancora più facile capirli. Una mattina di esattamente un anno fa, dopo una mitica festa in casa mia, davanti a strambe tazze di caffè nella mia microscopica cucina nel cuore di Montmartre, a Parigi, sparavamo tutti grandi minchiate, italiani, belgi, francesi, tutte queste stronzate da fattanza della sera prima, in francese. Mentre ridevo con Marwan, mi sono accorta di cosa stesse accadendo: qualcuno di un altro paese stava capendo la mia battuta, esattamente come avrei voluto che fosse capita, ed io l’avevo formulata come se fosse stata in romanesco.
Magari a voi questo sembra scontato, sembra qualcosa di “normale-quando-si-parla-un’-altra-lingua”. Ebbene no. È stata una rivelazione. Quando non riesco ad intendermi con qualcuno penso a quei cinque secondi. Quando guardo il tg e vedo quello che bombarda quell’altro, questo che fa un casino diplomatico con quello, Condoleeza Rice che non riesce neanche a stare seduta davanti a non so quale ministro siriano per 10 secondi che quello si alza inventandosi la scusa del vestito scollato della violoncellista, penso a quei cinque secondi. Quando sembra che tutto il mondo giri al contrario, penso a quei cinque secondi. E m’incazzo, perchè penso a quanto sia stato facile per una poveraccia come me fare questa piccola cosa, e non vedo perchè non possa accadere agli altri.
Consiglio “il mondo gira alla rovescia”, dei “Radici nel cemento”. Per quelli sentimentali, un po’ come me.